Casa della Conoscenza, mercoledì 7 ottobre 2026, ore 18. Legge Magda Indiveri
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino.
Tra il
pezzo di legno dell’inizio e il bambino del finale sta un burattino lunghissimo
e proteiforme, che ha ottenuto il record di traduzioni nel mondo, e le più
varie interpretazioni, da quelle sociologiche e politiche a quelle
cristologiche e psicoanalitiche. Altro che “libro per l’infanzia”! Pinocchio è
il prototipo della bella narrazione. Nel bicentenario del suo autore, sarà una
festa rileggerne alcune pagine e ripercorrrere la sua metamorfosi che è anche
la nostra, fino a esclamare con lui “Come ero buffo, quando ero un burattino!”
Cap I
Come andò che Maestro Ciliegia, falegname
trovò un pezzo di legno che piangeva e rideva come un bambino.
— C’era una volta....
— Un re! — diranno
subito i miei piccoli lettori.
— No, ragazzi, avete
sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di
lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono
nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come andasse,
ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega
di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo
chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre
lustra e paonazza come una ciliegia matura.
Appena maestro
Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto; e dandosi una
fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:
— Questo legno è
capitato a tempo; voglio servirmene per fare una gamba di tavolino. —
Detto fatto, prese subito
l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo; ma quando
fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria,
perchè sentì una vocina sottile sottile, che disse raccomandandosi:
— Non mi picchiar tanto
forte! —
Figuratevi come rimase
quel buon vecchio di maestro Ciliegia!
Girò gli occhi
smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella
vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno: guardò dentro un
armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e
della segatura, e nessuno; aprì l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche
sulla strada, e nessuno. O dunque?...
— Ho capito; — disse
allora ridendo e grattandosi la parrucca — si vede che quella vocina me la son
figurata io. Rimettiamoci a lavorare. —
E ripresa l’ascia in
mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno.
— Ohi! tu m’hai fatto
male! — gridò rammaricandosi la solita vocina.
Questa volta maestro
Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca
spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come un mascherone da
fontana.
Appena riebbe l’uso
della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento:
— Ma di dove sarà uscita
questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per
caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un
bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno
da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire
una pentola di fagioli.... O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se
c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io! —
E così dicendo,
agguantò con tutt’e due le mani quel povero pezzo di legno, e si pose a
sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza.
Poi si messe in
ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due
minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!
— Ho capito — disse
allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca — si vede che quella
vocina che ha detto ohi, me la son figurata io! Rimettiamoci a lavorare.
—
E perchè gli era
entrato addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di
coraggio.
Intanto, posata da una
parte l’ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il
pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in giù, sentì la solita
vocina che gli disse ridendo:
— Smetti! tu mi fai il
pizzicorino sul corpo! —
Questa volta il povero
maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò
seduto per terra.
Il suo viso pareva
sfigurato, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli
era diventata turchina dalla gran paura.
Cap. XV
Gli assassini
inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto lo impiccano a un ramo della
Quercia grande.
Allora
il burattino, perdutosi d’animo fu proprio sul punto di gettarsi a terra e di
darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno, vide fra mezzo al
verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la
neve.
—
Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo! —
disse dentro di sè.
E
senza indugiare un minuto, riprese a correre per il bosco a carriera distesa. E
gli assassini sempre dietro.
E
dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente, tutto trafelato, arrivò
alla porta di quella casina e bussò.
Nessuno
rispose.
Tornò
a bussare con maggior violenza, perchè sentiva avvicinarsi il rumore dei passi
e il respiro grosso e affannoso dei suoi persecutori. Lo stesso silenzio.
Avvedutosi
che il bussare non giovava a nulla, cominciò per disperazione a dare calci e
zuccate nella porta. Allora si affacciò alla finestra una bella Bambina, coi
capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e
le mani incrociate sul petto, la quale senza muover punto le labbra, disse con
una vocina che pareva venisse dall’altro mondo:
—
In questa casa non c’è nessuno; sono tutti morti.
—
Aprimi almeno tu! — gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
—
Sono morta anch’io.
—
Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?
—
Aspetto la bara che venga a portarmi via. -
Appena
detto così, la Bambina disparve e la finestra si richiuse senza far rumore.
—
O bella Bambina dai capelli turchini, — gridava Pinocchio, — aprimi per carità!
Abbi compassione di un povero ragazzo inseguìto dagli assass… —
Ma
non potè finir la parola, perchè sentì afferrarsi per il collo, e le solite due
vociacce che gli brontolarono minacciosamente:
—
Ora non ci scappi più! —
Il
burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso da un
tremito così forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture delle sue gambe
di legno e i quattro zecchini che teneva nascosti sotto la lingua.
—
Dunque? — gli domandarono gli assassini — vuoi aprirla la bocca, sì o no? Ah!
non rispondi?… Lascia fare: che questa volta te la faremo aprir noi!… —
E
cavati fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi, zaff e zaff…
gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.
Ma
il burattino per sua fortuna era fatto d’un legno durissimo, motivo per cui le
lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini rimasero col
manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.
—
Ho capito; — disse allora uno di loro — bisogna impiccarlo. Impicchiamolo!
—
Impicchiamolo — ripetè l’altro.
Detto
fatto gli legarono le mani dietro le spalle, e passatogli un nodo scorsoio
intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta
la Quercia grande.
Poi
si posero là, seduti sull’erba, aspettando che il burattino facesse l’ultimo
sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la
bocca chiusa e sgambettava più che mai.
Annoiati
finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero sghignazzando:
—
Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la
garbatezza di farti trovare bell’e morto e con la bocca spalancata. ―
E
se ne andarono.
Intanto
s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con
rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato, facendolo dondolare
violentemente come il battaglio d’una campana che suona a festa. E quel
dondolìo gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi
sempre più alla gola, gli toglieva il respiro.
A
poco a poco gli occhi gli si appannarono; e sebbene sentisse avvicinarsi la
morte, pure sperava sempre che da un momento a un altro sarebbe capitata qualche
anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando, aspetta aspetta, vide che non
compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero
babbo… e balbettò quasi moribondo:
—
Oh babbo mio! se tu fossi qui!… ―
E
non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe,
e dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.
Cap XXXV.
Pinocchio
ritrova in corpo al Pescecane.... chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo
saprete.
Pinocchio,
appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in
mezzo a quel buio, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pescecane,
avviandosi, un passo dietro l’altro, verso quel piccolo chiarore che vedeva
baluginare lontano lontano.
E
nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua
grassa e sdrucciolona, e quell’acqua sapeva di un odore così acuto di pesce
fritto, che gli pareva di essere a mezza quaresima.
E
più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finchè,
cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato.... che cosa trovò? Ve
lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra
una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a
tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata,
il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che
alle volte, mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A
quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così
inaspettata, che ci mancò un ètte non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva
piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e
balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di
cacciar fuori un grido di gioia, e spalancando le braccia e gettandosi al collo
del vecchietto, cominciò a urlare:
—
Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai
più, mai più!
Gettandosi
al collo del vecchietto, cominciò a urlare.
—
Dunque gli occhi mi dicono il vero? — replicò il vecchietto stropicciandosi gli
occhi. — Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?
—
Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete di già perdonato, non è vero? Oh!
babbino mio, come siete buono!... e pensare che io, invece.... Oh! ma se
sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi son andate a
traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra
casacca, mi compraste l’abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i
burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perchè gli cocessi il
montone arrosto, che fu quello poi che mi dètte cinque monete d’oro, perchè le
portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero all’Osteria
del Gambero Rosso dove mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai
gli assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io
via e loro sempre dietro, e io via, finchè m’impiccarono a un ramo della
Quercia Grande, dovecchè la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a
prendere con una carrozzina, e i medici, quando m’ebbero visitato, dissero
subito: «Se non è morto, è segno che è sempre vivo», e allora mi scappò detto
una bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta di
camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro
monete d’oro, che una l’avevo spesa all’osteria, e il Pappagallo si messe a
ridere, e viceversa di duemila monete non trovai più nulla, la quale il giudice
quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per
dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo
d’uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa
ragione mi messe il collare da cane perchè facessi la guardia al pollaio, che
riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare, e il serpente, colla coda che
gli fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto, e così ritornai
alla casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo
mi disse: «Ho visto il tu’ babbo che si fabbricava una barchettina per venirti
a cercare» e io gli dissi: «Oh! se avessi le ali anch’io» e lui mi disse: «Vuoi
venire dal tuo babbo?» e io gli dissi: « Magari! ma chi mi ci porta?» e lui mi
disse: «Ti ci porto io» e io gli dissi: «Come?» e lui mi disse: «Montami sulla
groppa» e così abbiamo volato tutta la notte, poi la mattina tutti i pescatori
che guardavano verso il mare mi dissero: «C’è un pover’omo in una barchetta che
sta per affogare» e io da lontano vi riconobbi subito, perchè me lo diceva il
core, e vi feci segno di tornare alla spiaggia....
—
Ti riconobbi anch’ io, — disse Geppetto — e sarei volentieri tornato alla spiaggia:
ma come fare? il mare era grosso e un cavallone m’arrovesciò la barchetta.
Allora un orribile Pescecane che era lì vicino, appena che m’ebbe visto
nell’acqua, corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari
pari, e m’inghiottì come un tortellino di Bologna.
—
E quant’è che siete chiuso qui dentro? — domandò Pinocchio.
—
Da quel giorno in poi, saranno ormai due anni: due anni, Pinocchio mio.... che
mi son parsi due secoli!
—
E come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E i fiammiferi
per accenderla, chi ve li ha dati?
—
Ora ti racconterò tutto. Devi dunque sapere che quella medesima burrasca, che
rovesciò la mia barchetta, fece anche affondare un bastimento mercantile. I
marinai si salvarono tutti, ma il bastimento colò a fondo, e il solito Pescecane,
che quel giorno aveva un appetito eccellente, dopo aver inghiottito me,
inghiottì anche il bastimento....
—
Come? Lo inghiottì tutto in un boccone?... — domandò Pinocchio maravigliato.
—
Tutto in un boccone: e risputò solamente l’albero maestro, perchè gli era
rimasto fra i denti come una lisca. Per mia gran fortuna, quel bastimento era
carico di carne conservata in cassette di stagno, di biscotto, ossia di pane
abbrostolito, di bottiglie di vino, d’uva secca, di cacio, di caffè, di
zucchero, di candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera. Con tutta
questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono agli ultimi
sgoccioli: oggi nella dispensa non c’è più nulla, e questa candela, che vedi
accesa, è l’ultima candela che mi sia rimasta…
—
E dopo?
—
E dopo, caro mio, rimarremo tutt’e due al buio.
—
Allora, babbino mio, — disse Pinocchio — non c’è tempo da perdere. Bisogna
pensar subito a fuggire.
—
A fuggire?… e come?
—
Scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare.
—
Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare!
—
E che importa?… Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle, e io, che sono un
buon nuotatore, vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia.
—
Illusioni, ragazzo mio! — replicò Geppetto, scotendo il capo e sorridendo
malinconicamente. — Ti par egli possibile che un burattino, alto appena un
metro come sei tu, possa aver tanta forza da portarmi a nuoto sulle spalle?
—
Provatevi e vedrete! A ogni modo, se sarà scritto in cielo che dobbiamo morire,
avremo almenola gran consolazione di morire abbracciati insieme. ―
E
senza dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando avanti per far
lume, disse al suo babbo:
—
Venite dietro a me, e non abbiate paura. — E così camminarono un bel pezzo, e
traversarono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pesce-cane. Ma giunti che
furono al punto dove cominciava la spaziosa gola del mostro, pensarono bene di
fermarsi per dare un’occhiata e cogliere il momento opportuno alla fuga.
Ora
bisogna sapere che il Pescecane, essendo molto vecchio e soffrendo d’asma e di
palpitazione di cuore, era costretto a dormire a bocca aperta: per cui
Pinocchio affacciandosi al principio della gola, e guardando in su, potè vedere
al di fuori di quell’enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e
un bellissimo lume di luna.
—
Questo è il vero momento di scappare — bisbigliò allora, voltandosi al suo
babbo. — Il Pescecane dorme come un ghiro: il mare è tranquillo e ci si vede
come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me, e fra poco saremo salvi. —
Detto
fatto salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati in quell’immensa
bocca cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua;; una lingua così
larga e così lunga, che pareva il viottolone d’un giardino. E già stavano lì lì
per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul più bello,
il Pescecane starnutì, e nello starnutire, dètte uno scossone così violento,
che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati all’indietro e scaraventati
nuovamente in fondo allo stomaco del mostro.
Nel
grand’urto della caduta la candela si spense, e padre e figliuolo rimasero al
buio.
—
E ora?… — domandò Pinocchio facendosi serio.
—
Ora, ragazzo mio, siamo bell’e perduti.
—
Perchè perduti? Datemi la mano, babbino, e badate di non sdrucciolare!…
—
Dove mi conduci?
—
Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura. —
Ciò
detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando sempre in punta
di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi traversarono tutta
la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. Prima però di fare il gran
salto, il burattino disse al suo babbo:
—
Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. Al resto ci
penso io. —
Appena
Geppetto si fu accomodato per bene sulle
spalle del figliuolo, Pinocchio, sicurissimo del fatto suo, si gettò nell’acqua
e cominciò a notare. Il mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in
tutto il suo chiarore, e il Pescecane seguitava a dormire di un sonno così
profondo, che non l’avrebbe svegliato nemmeno una cannonata.
